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Oltre le fake news: il public remit degli intermediari digitali

Il dibattito sulle fake news ha mostrato i limiti di un’opinione pubblica italiana confusa da troppe dimensioni (critiche interne alla politica, debolezze del nostro sistema media e una scarsa consapevolezza storica della questione), ma ha avuto il pregio di spingere all’interno dell’agenda pubblica l’attenzione sul rapporto tra qualità dell’informazione e qualità della democrazia.

Le opinioni sono tante, in particolare ai due estremi della questione.

A monte, si evidenzia la radice sociale e profonda della disinformazione, legata al ruolo essenziale dell’educazione e al peso che un’economia incontrollabile sta avendo sulle nostre scelte, personali, sociali e professionali. Agire su queste condizioni è semplicemente un dovere, non farlo significherebbe rendere vano ogni sforzo di immaginare un miglioramento della qualità delle nostre democrazie.

A valle, si guarda all’atto del consumo di informazione, puntando il dito verso la qualità del dibattito pubblico (in termini di regole ed etichetta) o verso dinamiche ed algoritmi che portano a rappresentazioni non adeguate, per non dire distorte, di fatti e contenuti. Troppo spesso chi discute di questi aspetti arriva ad immaginare soluzioni pericolosamente vicine alla censura, o comunque poggiate su un’idea non sufficiente di notice and take down.

È ancora troppo assente dal dibattito quello che a mio parere rimane il nocciolo della questione: la straordinaria necessità di lavorare sulla solidità dei media, vecchi e nuovi, piuttosto che concentrare l’attenzione sugli “effetti” di questa mancanza di solidità, come ben enfatizzato anche da Ethan Zuckerman, Direttore del Center for Civic Media dell’MIT:

[…] Yes, we should find a way to battle deceptive misinformation. But we need to work harder on building media that pushes us to see different perspectives and helps us understand the complex political reality we live in. The answer is not to fight fake news – it’s to build wide news, media that helps us understand people we disagree with and people we seldom hear from.

La crisi dei media ha tante motivazioni: molte sono interne, legate alle difficoltà che sta attraversando il management delle organizzazioni media, che in molti casi ha navigato male il cambiamento. Molte altre sono invece legate a una questione problema di “ecologia”, ovvero alla competizione tra organizzazioni esistenti e organizzazioni emergenti che, in diversi modi, influenza il mercato dell’attenzione e della produzione e consumo di informazione.

Inutile negare l’evidenza: a impattare con maggiore decisione sono quelli che Reuters in un recente studio definisce “digital intermediaries”: Google, Facebook, YouTube e gli altri intermediari digitali. (In realtà il tema non è nuovo, leggere ad esempio Quintarelli).

I “media tradizionali” sono stati in molti casi colpevoli di incapacità di adattamento, ma non possiamo certo imputare unicamente a loro i problemi dell’informazione. Regolamentiamo i media e allo stesso tempo chiediamo loro di rivoluzionare modelli di business, sistemi di lavoro e processi produttivi in modi piuttosto radicali. Il buon giornalismo è attività professionalmente strutturata, impegnativa e costosa, soprattutto in termini di competenze.

Dall’altro lato, abbiamo paura di “chiedere” ai nuovi intermediari digitali soluzioni che servono alla nostra società, seppure si trovino in una posizione decisiva e abbiano caratteristiche determinanti. Gli intermediari digitali trattano grandissime quantità di informazioni, quantomeno come distributori attivi, sempre più strutturalmente come editori, e per le dimensioni che hanno raggiungo in termini di utenza, molti di loro possiedono i cromosomi dello universal service.

Non è una questione di buoni e cattivi.

Non è il pluralismo del mercato dell’informazione ad essere in maggiore difficoltà in questa fase storica (seppure esista un tema di concentrazione di mercato). Sono le stesse fondamenta di cosa è media a crearci problemi.

Del resto, stiamo vivendo un dibattito simile sulla sharing economy: la vera natura di molti attori è emersa rapidamente, e il linguaggio è presto cambiato. Da “aggregatori emergenti che generano ricchezza” a “intermediari economici che agiscono con precise strategie sul mercato del lavoro“, gli intermediari digitali della sharing economy ora sono in discussione, e sono con essi all’attenzione di politica e policy-makers i dovuti ragionamenti regolatori, soprattutto in tema di diritto del lavoro.

Dobbiamo provare a guardare con analogo spirito critico a Facebook, Google, YouTube e agli altri intermediari digitali che maggiormente stanno impattando l’infosfera e le nostre democrazie.

In molti casi, poi, la natura di questi intermediari digitali è venuta allo scoperto. Come ha evidenziato questo articolo di Matt Rosoff, dire per esempio che Facebook è una media company non è senza fondamento. Del resto, attraverso il proprio algoritmo entra in scelte editoriali controverse, e sta sviluppando una strategia dichiarata sul fronte del giornalismo. Sono poi gli stessi utenti a riconoscere questa dinamica, come sottolineato dal Pew Internet Centre: Facebook è media dove reperire informazioni. E lo riconoscono stabilmente le stesse istituzioni, che vedono in alcuni di questi media (Twitter e Facebook in primis) canali universali attraverso cui sviluppare porzioni sempre più rilevanti di comunicazione istituzionale.

Dire che un attore come Facebook (lo sto prendendo ad esempio) gestisca unicamente le nostre relazioni sociali è semplicemente falso. Non solo perché è evoluta nel tempo la missione di Facebook come organizzazione, ma anche perché é cambiato ciò che intendiamo per relazioni sociali, e il modo in cui socialità, consumo e produzione di informazione si intersecano. Insomma, una bella confusione.

***

Regolamentare giganti di questo genere è considerato “fuori dalle nostre possibilità”. Ma regolamentare non è solo imporre regole: è prima di tutto dare un nome e un framework a fenomeni sociali, atto politico spesso troppo sottostimato.

In diversi Paesi si usa il termine “public service remit” per indicare il mandato e una serie di obbligazioni che i media a finanziamento pubblico (ma in Paesi come UK anche alcuni media commerciali) devono rispettare per assolvere alla loro funzione di intermediario nel campo dell’informazione.

Per esempio, tra i principali obiettivi della BBC vi sono:

  • Sustaining citizenship and civil society
  • Promoting education and learning
  • Stimulating creativity and cultural excellence
  • Representing the UK, its nations, regions and communities
  • Bringing the UK to the world and the world to the UK

E questi sono invece gli obiettivi generali del Public Service Broadcasting, dall’OFCOM:

  • Informing our understanding of the world
  • Stimulating knowledge and learning
  • Reflecting UK cultural identity
  • Representing diversity and alternative viewpoints

Anche nonostante le enormi difficoltà poste dalla convergenza tecnologica, ho sempre pensato che il concetto di public service remit fosse una interessante opzione di regolamentazione. E ho sempre ritenuto interessante che questo tipo di regolamentazione riguardasse anche media di chiaro mandato commerciale (come ITV e Channel 4 in UK, ad esempio). Come a dire che tutti devono considerarsi public service, soprattutto quando si tratta di maneggiare informazione.

Politica e politiche pubbliche devono servire a raggiungere grandi obiettivi sociali, non (solo) ad arginare le occorrenze che avvengono a margine o valle di questi obiettivi.

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Potrà suonare velleitario, ma vorrei che trovassimo il modo di riconoscere, nel tempo negoziare e perché no imporre, un public service remit agli intermediari digitali dell’infosfera: obiettivi e obblighi di “servizio pubblico” legati alla loro posizione di intermediari, a partire da quelli che hanno caratteristiche di universalità.

In questo modo, potremmo:

  • quantificare la reale entità dell’impegno di questi intermediari rispetto a determinati obiettivi di servizio pubblico (come ad esempio quello di “rappresentare la diversità di opinioni e punti di vista”) e come questo impegno sia variato nel tempo;
  • chiarire l’impatto democratico di una certa gestione della socialità e dell’informazione, anche allo scopo di mostrare quali parti degli algoritmi e delle strutture socio-tecniche che questi intermediari favoriscono o rallentano una efficace democrazia. Le filter bubbles sono il risultato di algoritmi che chiaramente promuovono somiglianza e quasi mai diversità. La qualità dei contenuti si riduce se i calcoli di efficienza sui “palinsesti” che questi intermediari gestiscono diventano una concessione troppo forte agli interessi commerciali. L’aumento di video nelle conversazioni sui social media è una concessione in questo senso, e allora i “palinsesti” che questi algoritmi producono cominciano pericolosamente ad assomigliare a quello di un tabloid, o a un canale all-entertainment;
  • superare quella fluidità, a volte un po’ stucchevole, tra obiettivi sociali e obiettivi di mercato degli intermediari digitali: farebbe un gran bene anche a loro stessi, visto che la fiducia verso alcuni degli obiettivi sociali che per perseguono soffre della mancanza di chiarezza;
  • superare un approccio unicamente incentrato sul notice and take down, spesso abbinato a soluzioni regolatorie più vicine alla censura che non danno assolutamente giustizia alla questione;
  • rimettere su un binario più equilibrato il dibattito sul giornalismo, prima che assuma connotati parecchio stucchevoli (Trump Vs CNN come esempio), e cominciare a riconoscere invece soluzioni che possono diventare strutturalmente utili a tutti, come testimonia l’esempio di Anna Masera, nominata Public Editor de La Stampa.

Nel breve periodo, vorrei che avessimo un vero argomento con questi interlocutori per discutere con loro di società, e sviluppare strategie positive e produttive in questa direzione, anche capitalizzando su una loro crescente consapevolezza. Gli stessi attori stanno mettendo in campo qualche soluzione, ma continuano a farlo in indipendenza, come proprio R&D, senza un framework di influenza.

 Occorre iniziare a misurare davvero la questione, per misurarci con essa.

Nel medio periodo, questo dovrebbe servire a negoziare condizioni, e magari imporre qualche obbligo. Internet deve rimanere libero, ma Google, Facebook e altri outlet non sono Internet. Sono media, e non sono intoccabili, a maggior ragione perché universali.

Dare un nome – public service remit, servizio pubblico – a questo approccio potrebbe fare bene anche agli stessi intermediari.

Tutto questo potrà suonare velleitario, ma non impossibile.
Non lo è a livello nazionale, perché abbiamo bisogno di dare orizzonte culturale delle politiche del nostro Paese. Non lo è certamente a livello internazionale (a partire dal G7 e dalla dimensione Europea), dove dobbiamo assolutamente discutere e decidere di queste cose.

Le sfide del nostro tempo sono queste, in fondo. Non possiamo continuare a risolvere grandi problemi con piccole soluzioni.