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Il passo successivo delle politiche pubbliche

La tentazione di chi disegna politiche pubbliche è quella di considerare soddisfacente la scrittura di buoni contenuti e regole di qualità.
È ora di chiarire una volta per tutte che questo non è più sufficiente.
Il fastidio negli occhi delle persone quando parli di politiche pubbliche è indicatore grezzo ma rilevante di questa sensazione: “è quello che succede che conta, non quello che scrivete in un documento Ministeriale. Il problema è l’attuazione. Non avete ancora fatto niente”.
La fame di concretezza e di risultati, spesso di pancia, è sostenuta da concrete ragioni socio-economiche. Le nostre politiche devono raggiungere il risultato, e devono fare presto. La locuzione “fare le riforme” non abbaglia più molti cittadini.
E allora dobbiamo progettare politiche pubbliche diversamente.
In un perimetro di azione della pubblica amministrazione ristretto da risorse e capacità progettuali sempre più limitate, schiacciato da obiettivi socio-economici impazienti, siamo chiamati a disegnare politiche che siano garanzia della propria attuazione, e quindi di impatto.
Leggo di tanta teoria e pratica che pensa di risolvere il problema di politiche poco efficaci attraverso la partecipazione: mettere al centro cittadini e stakeholder nella fase di costruzione dovrebbe garantire un maggiore impatto, rendendo le decisioni più rispondenti alle esigenze reali.
Certamente. La costruzione del Piano Nazionale Scuola Digitale, ad esempio, porta questi cromosomi. Come racconto spesso, per costruire il Piano abbiamo parlato e riflettuto in maniera approfondita con almeno 350 stakeholder in 6 mesi, di fatto co-costruendo l’intera politica: è un suo innegabile punto di forza.
Ma partecipazione e ascolto non sono sufficienti. I processi che cercano di portare gli stakeholder al cuore della decisione sono un rafforzamento del momento di design delle politiche, ma possono avere un impatto limitato rispetto a ciò che avviene dopo. E invece è lì, nella partita dell’attuazione, che si gioca tantissimo.
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Giocare adeguatamente la partita dell’attuazione significa mettere chi beneficerà della politica che stai costruendo nelle condizioni di farla propria, di portarla avanti, di aggiustarla, di migliorarla. E per fare questo, ė sempre meno una questione di scrivere regole, e sempre di più di trasferire capacità (capabilities) dal centro alla periferia, di creare dinamismo nelle strutture sociali su cui si va ad agire.
Una buona politica non è un pacchetto consegnato dall’istituzione ai cittadini, ma un motore di cambiamento offerto a questi.
Partendo dal lavoro che stiamo facendo al MIUR, e in particolare quello sul Piano Nazionale Scuola Digitale, voglio elaborare questo concetto. In 7 passaggi.

1. Una buona politica fa dell’impatto una condizione progettuale

Abbiamo sempre meno risorse per progettare, e sempre più necessità di disegnare politiche in grado di dimostrare il loro impatto. Il punto generale non è certo nuovo: chi parla di Social Innovation ne fa argomento fondante da tempo. Quello che ci interessa, concretamente, è fare dell’impatto la prima logica progettuale di una politica, e non un faticoso orpello frettolosamente chiamato monitoraggio, successivo all’investimento e all’azione.

Prendiamo ad esempio le politiche per la formazione dei docenti, che in molti paesi hanno trovato non poche difficoltà: decine di milioni di euro di investimenti che non hanno sviluppato le competenze desiderate, e hanno finanziato invece certificazioni e attestati. E che in alcuni casi hanno portato come unico risultato l’assenza di certificazione – per mancanza di competenze, appunto.

Che la crescita del nostro capitale umano debba essere dimostrata dallo sviluppo delle competenze, più che dalla trasmissione di conoscenze, è tema maturo quando caldo in questo periodo. L’esempio dei grandi provider linguistici (come Education First, British Council, Oxford University Press, Cambridge English e Pearson), o delle startup più interessanti in campo digital education, come DuolingoFluentify, in grado di garantire su larga scala (online e non solo), la crescita e la misurazione continua delle competenze sviluppate, è particolarmente opportuno.

Le nostre politiche formative avranno questi cromosomi, e i bandi che stiamo costruendo lavoreranno per produrre queste condizioni a livello nazionale e locale. A questo affiancheremo modelli “Pay for Success“, che utilizzino esattamente le informazioni raccolte in corso per premiare chi cresce e indirizzare più risorse verso gli attori in grado di garantire un risultato.

Anche un “settore” tradizionale come quello della formazione può quindi essere innovato radicalmente: allontanandosi progressivamente dall’idea di corso per abbracciare quella di crescita professionale, life-long e life-wide, fatta di competenze maturate sul campo e sul progetto, sostenute da diverse forme di tutoraggio e mentoring, e magari raccolte in badge di esperienze.
Impatto come condizione progettuale, appunto.
2. Una buona politica si sviluppa in agilità, e non ha paura di modificarsi in corsa
Non abbiamo tempo per lunghe riflessioni. Questo non significa non avere bisogno di pensare lungo, ma avere bisogno di politiche agili, che siano in grado di imparare dalle proprie azioni, e aggiustarsi in corsa quando necessario.
Fare nostra la metafora dello sviluppo agile nel software serve: agilità significa infatti dichiarare che, anche se la logica complessiva di una politica funziona, alcuni passaggi possono e devono essere rivisti con attenzione. Significa avere l’onestà intellettuale di ammettere che credere in una grande visione non prescinde dalla possibilità di aggiustarne in corsa alcune porzioni.
Faccio un esempio diverso da quello che vi aspettate. Prendiamo ad esempio gli “animatori digitali”, figura che abbiamo introdotto con il Piano Nazionale Scuola Digitale e sulla quale abbiamo scommesso per propagare più rapidamente la visione di innovazione contenuta nel Piano. La loro energia si sta dimostrando fondamentale per realizzare concretamente il Piano nei territori e nelle scuole, per massimizzare investimenti e creare motivazione al cambiamento.
L’unica domanda che abbiamo ricevuto su questa figura è stata rivolta all’ammontare delle risorse che le abbiamo dedicato per progettare: solo 1.000 Euro all’anno.
Siamo consapevoli che siano limitate, ma siamo altrettanto consapevoli che il primo anno sarà dedicato alla formazione e che se le attività degli animatori digitali si dimostreranno efficaci come sembrano, questa sarà una figura su cui investiremo di più, già dal secondo anno, e che potrebbe avere un’introduzione “strutturale” nella scuola già dal terzo.
Le più importanti politiche pubbliche hanno risorse “a regime” – iscritte nel bilancio pubblico per più anni o in via permanente – il Piano Nazionale Scuola Digitale ha una quota di 30 milioni all’anno, ad esempio. Troppo spesso, per mancanza di visione, le istituzioni non le usano in questo senso. Sono invece perfette proprio per costruire le condizioni di agilità di una politica, per ragionare in ottica pluriennale.
3. Una buona politica crea valore di comunità, invece che regole
Scrivere regole non basta. In alcuni casi non serve. Sempre di più, l’attuazione delle politiche passa dalla capacità di stimolare strutture sociali durevoli. Passa dalla necessità di creare motivazione e incentivi al cambiamento, anche e soprattutto attraverso valore condiviso.
Stiamo costruendo l’accompagnamento dell’intero Piano Nazionale Scuola Digitale in questo senso (non possiamo ancora svelare troppi dettagli): assomiglierà di più a una campagna di advocacy e un’attività di community organizing, che alla semplice comunicazione tempestiva di bandi e contenuti.
Di fatto, ogni passaggio di una policy può essere costruito per creare “valore di comunità”. E così, La rete degli animatori digitali diventerà la nostra network of innovators: come direbbero al GovLab della New York University, una Technology of expertise a nostra disposizione. La stessa costruzione di istruzioni su come utilizzare al meglio un laboratorio può diventare un oggetto sociale: mettendo il saper fare al centro, il Piano Scuola Digitale diventerà una comunità di tinkerers.
Anche il curriculum scolastico può diventare rete sociale, e le attività curricolari generare valore di comunità oltre a quello, ovvio, di apprendimento: guardate TwLetteratura o A Scuola di OpenCoesione, progetti che fanno leva sulla socialità in rete – il primo in particolare – e sull’interazione con la proprio comunità territoriale – il secondo, che sta generando centinaia di piccoli ecosistemi di collaborazione tra scuole, mondo open data, associazioni e enti locali. Se è vero che le nuove competenze risiedono spesso fuori dalla scuola, allora è vero che il curriculum scolastico può stimolare meravigliose costellazioni di collaborazione con chi di queste competenze è portatore, elevando nettamente il valore di comunità generato dalla scuola, e per la scuola.
Una buona politica pubblica lavora quindi sull’etnografia delle soluzioni che produce, e non solo sulla loro correttezza formale. I migliori innovatori della scuola sono prima di tutto leader di comunità, e la strategia di accompagnamento che stiamo producendo sarà orientata a coltivare proprio questo tipo di valore: come essere buon leader di comunità, come stimolare il protagonismo degli studenti, come fare della collaborazione tra colleghi una leva di cambiamento.
Non è facile, ma una buona politica deve lavorare per creare valore di comunità.  E una comunità ricca di relazioni, di scambi e di passione è l’innovazione più resiliente che un sistema possa produrre.
4. Una buona politica crea ecosistemi, invece che elenchi di progetti
Progetti, progetti, progetti. Facciamo troppi progetti, e investimenti che producono unicamente “liste di progetti”. Non possiamo più permetterci di investire in progetti non inseriti in una logica complessiva, anche quando si tratta di sperimentazioni. A maggior ragione quando si tratta di sperimentazioni, che dovrebbero costituire i “modelli” per fasi successive di investimento, e che invece hanno spesso rappresentato “fughe in avanti” senza sufficiente costrutto. Ogni progetto che finanziamo deve essere una scusa per costruire l’ecosistema che vogliamodeve servire alla collettività, non a se stesso.
I “laboratori territoriali”, un investimento da 45 milioni che abbiamo lanciato lo scorso Settembre, sono un buon esempio di azione costruita all’interno di una logica complessiva. La visione è quella di scuola come “interfaccia educativa” composita, fatta di spazi per la quotidianità, e spazi dove spingere i confini della pratica. I laboratori territoriali saranno proprio questa seconda cosa: luoghi dove poter sviluppare politiche formative avanzate, dove catalizzare le energie di un territorio, dove ospitare pratiche che altrimenti non troverebbero casa, dove mettere a disposizione il meglio (pensate, per avere un’idea in grande, a quel meraviglioso spazio che é già Fondazione Golinelli). Dove innovare per tutti, dove creare un raccordo con il lavoro e con l’innovazione ancora più palese. Il nostro bando finanzierà almeno 60 luoghi di questo tipo (i 150 che hanno superato la prima fase li incontreremo questa settimana), mentre altri bandi si concentreranno sulla creazione di condizioni abilitanti per una buona didattica della quotidianità, in ogni scuola.
Ragionare in questo senso significa avere in mente un’idea di ecosistema: che cambierà nel tempo, ma che avrà bisogno di contributi diversi da attori diversi.
5. Una buona politica introduce enzimi di cambiamento
L’attuazione delle politiche dipende dalla capacità di trasformare i contenuti e le azioni in motivazione al cambiamento. Devono essere oggetto di mobilitazione e coinvolgimento, invece che sistema di costrizioni. Diverse politiche pubbliche sono fallite perché hanno sottostimato questo aspetto.
Per rafforzare questa idea, servono enzimi: agenti catalizzatori di valore condiviso che lavorino a partire dalle pratiche o dall’appartenenza. Ecco (ri)spiegata la nostra idea di “animatori digitali”: community makers oltre che bravi tecnici; energia e competenze nella stessa figura professionale.
Ed è così che gli animatori digitali, sviluppando una strategia per propagare l’innovazione nella propria scuola, lavorano sull’elemento più importante: coltivare la motivazione al cambiamento dei propri colleghi, comprenderne le resistenze, rimuovere le barriere principali. Lo stanno già facendo, eccome: guardate qui.
E quando agenti interni non sono sufficienti, serve attirare enzimi dall’esterno. La sfida di “aprire la scuola” è in realtà la sfida che abbiamo in molti settori: superare l’autoreferenzialità, generare innovazione dalla diversità. Per dare ad ogni studente italiano la possibilità di vivere un’esperienza di imprenditorialità, ad esempio, stiamo lavorando con tutti i partner del settore: acceleratori, incubatori, co-working, fondi di investimento. Più di ogni altra cosa, assorbiremo dai partner la straordinaria motivazione che solo chi si impegna ogni giorno verso la creazione di impresa può trasmettere, e chiederemo loro di portarla in ogni scuola, in ogni territorio. Sarà una grande iniziativa nazionale.
È per questo che stiamo trasformando molti dei nostri bandi in creazione di “partenariati a obiettivo”, per portare enzimi di innovazione nella scuola attraverso collaborazioni reali.
Antonio Danieli, Direttore Generale della Fondazione Golinelli, ha colto perfettamente il senso di tutto questo, commentando recentemente la sua partecipazione a un bando MIUR ad un evento pubblico: “non è importante se vinceremo o meno questo bando: il partenariato che abbiamo creato per parteciparvi è già un risultato straordinario, e sarà punto di partenza per tantissime collaborazioni”. Sempre di più, è a questo genere di consapevolezze che le politiche devono aspirare.
6. Una buona politica agisce, quando serve, per accelerare la qualità
Vi sono diversi contesti in cui buoni standard, semplificazioni o azioni proattive per rendere efficace l’incontro tra domanda e offerta non sono in grado di produrre l’innovazione che serve. I sistemi che andiamo a costruire, in particolare quello educativo, hanno bisogno di aspirare continuamente alla qualità: non è solo una questione di efficienza, non è certo solo una questione di fare buoni acquisti in tecnologia. Le politiche che progettiamo hanno bisogno anche di questo tipo di dinamismo: servono spazi e momenti dedicati per accelerare la qualità.
Un esempio “strutturale” è dato dal Plan pour l’ecole numerique (praticamente il Piano Scuola Digitale del Ministero dell’Istruzione Francese), che ha dedicato una delle 4 macro-linee di intervento a “Innovation and Tech Incubation for Better ITC Generalization”.
Stiamo sviluppando questo genere di dinamismo anche nel Piano Scuola Digitale, in forma distribuita nelle diverse aree. Sui contenuti, attraverso una azione dedicata allo sviluppo di “curricoli innovativi”, scenari didattici scalabili (come quelli contenuti in Code.org, per fare un esempio internazionale) sviluppati dai migliori partenariati creativi per abbattere più rapidamente il gap di competenze digitali delle nostre scuole, accompagnando i docenti. Sugli spazi fisici delle scuole, attraverso chiamate aperte a produttori, designer, creativi, ricercatori, per finanziare soluzioni d’uso innovative di ambienti scolastici. (Come “l’aula casa” che la bravissima Dianora Bardi sta progettando con il designer Daniele Lago, per esempio). In generale, questi sono esempi di “Challenge Prize” semplificati, le cui soluzioni saranno offerte a tutta la scuola.
Diversi modi per dire, insomma, che anche l’innovazione pubblica insomma ha bisogno di incubazione.
7. Una buona politica sviluppa comportamenti
Abbiamo più variabili e più varianza da tenere in considerazione. La società su cui siamo chiamati a intervenire è più complessa, più interdipendente, più sfaccettata, e cambia più rapidamente. Le nostre politiche devono essere ricche di contesto. Non potendo sempre standardizzare regole, devono lavorare sui comportamenti. Ecco perché il nudging, l’approccio di policy che applica le scienze comportamentali per sostituire o integrare azioni normative, è così interessante – e il suo uso in crescita da parte delle istituzioni.
Pensate all’educazione civica, in senso lato. Abbiamo una storia troppo lunga di progetti che non hanno portato altro che tesine sull’importanza di comportarsi bene, o di allontanare la mafia. L’impatto dell’educazione civica può crescere in misura esponenziale se legato in maniera strutturale ai buoni comportamenti: è la “spedizione di monitoraggio civico” sul campo, documentando gli investimenti pubblici, a trainare il successo del già citato A Scuola di OpenCoesione; è la possibilità di mettere al centro il protagonismo studentesco nella rigenerazione degli spazi scolastici (un nostro bando “scuole accoglienti” fa proprio questo) a trasformare un’investimento sull’edilizia scolastica; è così, per esempio, che un investimento per riqualificare le mense scolastiche diventerà la scusa per lavorare sui comportamenti alimentari e sulle politiche di sostenibilità di tutta la scuola.
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Impatto, agilità, comunità, ecosistemi, enzimi, accelerazione, comportamenti.
La sfida delle politiche nel nostro tempo è quella di produrre dinamismo, più che velocità. La velocità genera alienazione. Serve invece offrire un motore di cambiamento ad un sistema, come quello educativo, che sia innescato dagli stessi beneficiari, e che non lasci indietro nessuno.
Per farlo, occorre abbandonare definitivamente l’idea che basti scrivere buone regole. Le nostre politiche devono essere “sistemi vivi”: lo chiamiamo, con Donatella, living policy making.
Perché, se un cittadino attivo è condizione fondamentale di una democrazia più forte, lo è anche una politica pubblica che vive, che non si crede oggetto immutabile, che crea valore di comunità e stimola comportamenti, che crea ecosistemi.
[Per info: ne abbiamo parlato recentemente al Master in Service Design del Politecnico di Milano, e ad un incontro organizzato dall’associazione Rena su “Imparare il Cambiamento“. È ora di cominciare a raccontarci che forse anche in Italia possiamo essere alla frontiera della pratica, e di smetterla di guardare con riverenza a progetti glitterati – e non sempre così di impatto – provenienti dall’estero]