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Abbiamo un Piano, è Digitale

Martedì abbiamo presentato il nuovo Piano Nazionale Scuola Digitale.

Il lavoro, con molta fatica e orgoglio, è stato coordinato da me e Donatella Solda. Ma la squadra MIUR, guidata dal Ministro Giannini, è quella della Buona Scuola. Del resto perché cambiarla, è molto forte. Alessandro Fusacchia, Francesco Luccisano, Alessandra Migliozzi, Antonio Aloisi e Lorenzo Micheli. E un lavoro strettissimo con Sabrina Bono e Simona Montesarchio, l’amministrazione vera, e poi Daniele Barca e Mila Spicola.
Abbiamo scritto una cosa molto chiara, nell’introduzione di questo Piano. Che la scuola digitale non è un universo parallelo. Non è un’altra scuola. Esiste solo la scuola, un’organizzazione complessa con una missione ben precisa: la buona didattica, e quindi il fine ultimo, gli apprendimenti, le competenze dei nostri studenti. Il loro impatto nel mondo.
La radice di questo Piano è profonda: non è un dispiegamento di tecnologia. Sappiamo bene, dall’OCSE, che la correlazione tra “troppa tecnologia” e apprendimenti diventa negativa, perché rischia di intrappolare il delicato “passaggio educativo” tra docente e discente.
Questo è un Piano per l’innovazione dell’intero sistema educativo. L’innovazione didattica e metodologica di docenti che vogliono mettere i propri studenti nelle condizioni di sviluppare le competenze per il ventunesimo secolo. L’innovazione organizzativa, che parte dal calendario e passa da come usare in modo innovativo i corridoi delle scuole, passando per tanto altro. Che vede l’innovazione sistemica e condivisa come vero obiettivo di una comunità scolastica.
Stiamo facendo troppi salti in avanti? Forse, ma stiamo andando al cuore del problema.
Ma ora non voglio parlare solo di scuola. Tanti lo stanno facendo, il documento piace molto anche dal punto di vista, intellettualmente delicato, di scuola.
Le fondamenta intellettuali di questo documento sono chiare, e serviva parlare un certo linguaggio: non potevamo esagerare con le parole di noi innovatori. Leggetevi da pag. 26 a pag.31, e capirete il senso di questa visione (persone come Luca De Biase hanno avuto un ruolo importante nell’informarla).
Voglio dire una cosa diversa. Voglio parlare di ciò che questo Piano vuole dire al Paese.
Questo non è il primo Piano sul digitale di questo Governo.
Ringrazio il Sottosegretario Antonello Giacomelli, per un fondamentale accordo per portare la banda larga in ogni scuola, all’interno del Piano Banda Ultra-Larga. Paolo Barberis, per aver chiarito che il Piano è un pezzo essenziale dell’azione di Governo. E Antonio Samaritani, Direttore di AGID, che ci aiuterà in alcuni dei passaggi fondamentali, primo tra tutti dare un’identità digitale ad ogni docente e studente della scuola italiana. Senza dimenticare i digital angels della politica, con cui abbiamo ragionato di aspetti cruciali del Piano: tra tutti, Paolo Coppola, Anna Ascani e Stefano Quintarelli.
Il punto centrale del Piano non deve essere semplificato nel suo corposo investimento (1 miliardo e un po’), come raccontano i pochi giornali che ne hanno parlato.
Sta nella sua voglia di interpretare il vero significato della parola investimento: il rischio. Vogliamo rischiare sulla scuola. Spingendola in avanti e rimettendola a fianco dei grandi processi di innovazione del Paese.
Per anni, lo sappiamo tutti, la scuola è stata considerata un materasso politico. Voti, una lista infinita di graduatorie, aspettative, posti di lavoro, incarichi, trasferimenti.. Il MIUR agisce da anni come un grande provveditorato che ha cercato, a fatica, di accontentare tutti. Nel concentrarsi su queste attività (per carità, complessissime), ha marginalizzato il suo core businessPreparare il futuro del Paese.
Nel ventunesimo secolo, in un tempo fluido, veloce, in cui la tecnologia costruisce e decostruisce pratiche sociali praticamente ogni settimana, questa sfida è ancora più complicata.
Il punto non è solo quello, ovviamente fondamentale, di formare “buoni cittadini”. Non è sufficiente descrivere la società, conoscendo le sue nozioni, i suoi contenuti.
Dobbiamo mettere nelle mani degli studenti la capacità di arrivare alla sorgente del codice del ventunesimo secolo. Subito. Un codice che, al di là della metafora, è largamente digitale. Devono poterlo manipolare, poter sperimentare, e poterlo cambiare, ovviamente.
Internet ci ha insegnato questo, del resto. Internet è una visione assolutamente radicale di counter-power e, allo stesso, tempo, un ecosistema assolutamente libertario (leggetevi the Internet Galaxy di Castells): uno spazio a cui dare continuamente nuove chiavi di lettura.
Questo devono imparare i nostri studenti. Che il futuro non è una sceneggiatura già scritta.
Il lavoro negli anni di molti meravigliosi innovatori di scuola è stato straordinario, e ha in parte tentato di correggere questo problema sistemico. Alcuni hanno creato veri e propri “sistemi di innovazione”, reti permanenti che rappresentano un humus straordinario per il Paese.
Ne ringrazio non ritualmente alcuni, non solo per il lavoro di questi anni. Ma perché hanno contribuito concretamente anche a questo Piano. Abbiamo creato un piccolo gruppo di lavoro, con cui abbiamo discusso appassionatamente di ogni aspetto del Piano. Sono Dianora Bardi, Angelo Bardini, Laura Biancato, Roberto Bondi, Antonio Fini, Marco Giordano, Salvatore Giuliano, Caterina Moscetti, Elisabetta Nanni, Luca Piergiovanni. Questi sono innovatori veri. Ce ne sono ovviamente diversi altri. Riconosci l’innovatore vero perché riesce ad innovare sempre, qualunque “materiale” abbia a disposizione. Un edificio e vecchio come tanti, indicazioni istituzionali negli anni difficili da comprendere, finanziamenti e condizioni organizzative al meglio instabili.
Ma molti altri, nella scuola (una percentuale che non mi sento di citare perché le sfaccettature sono troppe), sono rimasti nella comfort zone.
Una delle conseguenze peggiori degli ultimi vent’anni, innovatori e imprese mi capiranno meglio di altri, è stato quindi concretizzare un’idea di scuola retro, grigia, sbiadita e quindi in larga parte inutilizzabile”, se vista dall’esterno.
Un freno, uso una parola forte, per l’innovazione di larga scala del Paese, a parte ovviamente le ben note esperienze di qualità che la scuola contiene. Perché “se le scuole non cercano certe innovazioni allora perché devo produrle”, “se le scuole non digeriscono certi contenuti allora perché lavorarci”.
E allora il mercato si muove con meno convinzione, i grandi partner internazionali non scommettono sul Paese, e “la banda larga magari non serve“, in un Paese dove 35% delle persone non vede l’utilità di Internet. “E poi a che servono i servizi digitali, in un Paese dove le città sono piccole e la prossimità sopperisce alle inefficienze”. Direbbe chi ha permesso che diventassimo il terzultimo Paese in Italia nel Digital Agenda Scoreboard, con punte in negativo in particolare per il pilastro “Capitale Umano”.
La colpa di questo è di tutti, ma principalmente di chi non ci ha creduto politicamente, intellettualmente e concretamente, attraverso risorse.
Eccolo, allora, il punto chiave. Questo Piano è un generatore di domanda. Di digitale, di innovazione. Di cambiamento. Ritorniamo ad utilizzare la scuola come traino della domanda di cambiamento del Paese. E come laboratorio di innovazione.
L’innovazione è, a mio avviso, una meravigliosa e consapevole uscita dalla comfort zone. Continua. È passare uno straccio su un vetro impolverato, è spingere, e rompere quando serve, membrane di burocrazia, regole, consuetudini farraginose e, appunto, confortevolezza. È sollevare la campana di vetro.
Questa non è più l’era della campana di vetro. Sono il primo a criticare l’ipervelocità e l’ipersocialità e l’ipercomunicazione del nostro tempo. Ma il punto è più profondo, e ha a che fare con l’importanza di dare una chiave di lettura, a questo secolo.
Se non la sollevi tu, la campana di vetro, la rompono gli altri dall’estero. Questa è l’era dell’interdipendenza globale.
E allora prendiamo una delle misure più importanti, e pensiamola in questo senso. Perché mettere 10 milioni all’anno sul canone di connettività di ogni scuola? La situazione su questo era frastagliata, e non era semplice prendere una decisione. Pagano i Comuni? pagano le Regioni? Le vecchie province? Noi non abbiamo abbastanza risorse sul PNSD, a regime, per coprire un fabbisogno complessivo (35 milioni all’anno, circa).
La scelta di investire comunque, senza indugiare, e di metterci un quid importante, è una scelta consapevole: tutte le scuole hanno una connessione, ma generalmente è talmente lenta da non poter connettere le classi, e certamente non poter essere utilizzata per la didattica. Per queste scuole, la maggior parte, l’investimento servirà quindi per potenziare la connessione verso un utilizzo concreto della Rete.
Molte scuole, si dice spesso, non sentono il bisogno della Rete.
Dandole i soldi, le obbligheremo a dotarsi di una connettività per utilizzare la Rete davvero? La risposta è si, se combinata con altre azioni, e questa è una consapevole scelta di policy.
Una policy che non guarda solo alla scuola, ma a quello che serve al Paese: e al Paese serve una cittadinanza digitale, per diverse ragioni.
Le scuole devono godere della società dell’informazione. Non devono subirla.  E per goderla devono provarla sulla propria pelle. Sbagliare, scivolare, rialzarsi, praticare, farla propria. L’innovazione è uso.
È in questo modo che vorrei che leggeste il Piano. Sono tante le azioni che parlano direttamente al Paese in questo modo.
Pensate a quello che abbiamo scritto a pagina 86. “Tutti gli studenti italiani devono essere messi in grado di fare un’esperienza di imprenditorialità”.
Tutti. Significa – sfida di policy – trovare il modo efficiente per portare in ogni scuola un percorso territoriale, un camp, un hackathon, una lezione, un workshop, un mentor, un percorso di accelerazione. Noi ci impegniamo con risorse, e creando le condizioni perché succeda.
Significa – sfida al Paese – una chiamata alle armi per tutti gli attori dell’ecosistema dell’innovazione e dell’imprenditorialità digitale, per costruire con loro una generazione di giovani che abbia voglia di essere protagonista, di mettersi in gioco, che impari a rischiare e a sbagliare.
Abbiamo 3 milioni di studenti nelle scuole superiori. Facciamo succedere le cose prima, durante il tempo della scuola, e i ragazzi faranno cose meravigliose quando arriveranno a voi, nel mercato, nel lavoro, nella società.
Trasferite questo ragionamento anche sulle competenze, sugli skills.
Qui possiamo innovare sul serio, perché a entrare nell’equazione non sono solo i contenuti, ma anche i modi. La sfida di policy la trovate da pagina 76 a pagina 79.
Cosa significa dire che a ogni studente della scuola secondaria sarà offerto un percorso per capire, utilizzare e progettare con i dati aperti, meglio ancora se all’interno delle discipline curricolari? Che se siamo efficaci, tra un paio d’anni avremo una nuova classe di civic hackers, e magari saranno proprio loro a riscrivere i servizi pubblici digitali di questo Paese con Italia Login.
Tutti gli studenti devono conoscere, capire sulla propria pelle, i (nuovi) diritti della Rete? Assolutamente si. Faremo un curricolo a partire dalla Dichiarazione dei Diritti in Internet, redatta dalla Commissione voluta dal Parlamento, un documento a cui tante persone che stimo hanno lavorato. Cosa è questa se non il più bel modo per dare significato, attuazione e cogenza a questi diritti.
Potrei andare avanti declamando tutti i contenuti del capitolo “Competenze”, e spiegarvi le potenziali ricadute, ma sarebbe limitare ciò che in realtà possiamo fare. Voi avrete idee migliori, nell’applicazione.
Qui possiamo innovare sul serio, e serve il contributo di tutti, al fianco delle scuole. Chi produce contenuti, chi lavora nella gamification, chi è startup attiva nell’education, chi fa mentoring, chi fa ricerca, e così via. Perché se in Inghilterra il settore EduTech è esploso negli ultimi anni (chiedete pure a http://www.edtechuk.com/), non vedo perché, se alziamo vigorosamente il livello di domanda, non possa esplodere anche da noi. Deve.
Ci sono startup che lavorano per la scuola, facendo già cose meravigliose.
E così, con questo Piano Scuola Digitale, mentre investiamo per la scuola investiamo anche nella classe creativa del Paese, nella giovane impresa, nella ricerca.
E ora si, che se mettiamo in pratica quella che è a tutti gli effetti una politica “generativa”, allora ci divertiamo davvero a calcolare l’impatto macroeconomico del Piano Scuola Digitale, ben oltre la scuola. Io credo che sarà notevole, e mi impegnerò a calcolarlo (anzi, apro subito con questo post una call per economisti, per darci una mano).
Questo Piano è una chiamata a tutti gli innovatori del Paese. Ora avete un campo di gioco. Non un campo per piccole sperimentazioni, un campo grande quanto il Paese. Ora dobbiamo arrivare a tutti. 8 milioni di studenti, 1 milione di persone, 20 milioni di famiglie. Il Paese è il vostro campo di gioco. Dobbiamo attrezzarci. Dobbiamo diventare politica industriale della conoscenza, come ci diciamo sempre con Francesco e Donatella.
Noi, Ministero, non potremo mai innovare più di voi innovatori. Se facciamo piattaforme e applicazioni digitali faremo sempre cose imperfette, difficili da mantenere, e mai alla frontiera.
Ma noi possiamo creare condizioni davvero abilitanti. Possiamo dare quella cogenza all’innovazione che non può dare nessun altro. Possiamo dire che certe cose per noi diventano assolutamente prioritarie (quali competenze, quali curricoli), possiamo dare risorse, riconoscimento, cogenza e valore a nuovi ruoli (come l’animatore digitale), possiamo investire in tutto il capitale umano. Possiamo anche dare a 1000 innovatori di scuola una dimensione internazionale per dare loro definitiva consacrazione. (20 li mandiamo all’MIT, 20 al Nexa, 20 a Mountain View da Google, 20 you name it…).
Possiamo dimostrare che essere Stato Innovatore è possibile.
La consapevolezza politica c’è, l’azione di policy forte, centrale, attuabile immediatamente di un Governo anche. Le risorse ci sono. I pianeti sono allineati.
La consapevolezza culturale di una parte del Paese è avanzata con decisione negli ultimi 2 anni. E qui devo ringraziare chi non ho ancora ringraziato. Non solo perchè del Piano ne abbiamo parlato anche con lui, ma perché è grazie anche e soprattutto a persone come Riccardo Luna, e alla spinta energica e unica che danno, che abbiamo meno paura di parlare di queste cose al Paese. Perché, quello che in inglese si chiama leading by example, funziona davvero.
* * *
Ora torno alla scuola, per chiudere questo pezzo già lungo.
Non voglio far sembrare tutto facile. Non è per niente banale, date le condizioni che ho citato all’inizio, ma ecco a cosa servono le fatiche di policy.
Con questo Piano abbiamo detto che quei meravigliosi innovatori di scuola che citavo prima non sono più da soli. Non sono un’anomalia, diventano la regola. Ci aiuteranno ad accompagnare le scuola nell’uscita dalla comfort zone, nella terra dell’innovazione.
Per aiutarli, ed è questo il lavoro di policy, abbiamo messo tutte le risorse e gli indirizzi che servivano (e se ne serviranno altre lo faremo) per una politica dell’universalità, e non solo della sperimentazione. I curricoli digitali devono provarli tutti. La formazione arriverà a tutti. Su wi-fi, banda larga, connettività, ambienti digitali e atelier creativi e altro ancora, puntiamo al 100% delle scuole.
Abbiamo preso anche dei rischi, sempre per tornare a quello che dicevo sopra. Dire che ogni scuola primaria, almeno attraverso questo Piano, avrà le risorse per costruirsi un piccolo atelier creativo, uno spazio che, per come lo abbiamo scritto, ha tutte le caratteristiche di un piccolo Fab Lab (non necessariamente nella retorica della stampa 3d, quanto nella visione intellettuale del rapporto creativo tra manualità, artigianato, digitale e apprendimento), invece che comprare microscopi o avere una “sala LIM”, è qualcosa di molto reale.
Ora tutti, anche i più resistenti, dovranno provare ad ingaggiarsi con questa visione.
Metteremo in campo tutta la formazione e l’accompagnamento che serve, ma avranno bisogno di aiuto da parte di tutti. Del resto anche i “trucioli” dell’innovazione (per usare un termine di Mario Calderini), quelli dell’innovazione che non riesce al primo colpo, serviranno.
E in questo quadro, i famosi animatori digitali avranno un ruolo importantissimo. Non dovranno essere tecnici, né unicamente formatori: dovranno avere voglia di capire cosa significa uscire dalla comfort zone, dovranno aiutare la comunità scolastica a capire che i anche trucioli sono un ottimo punto di partenza.
Ecco perché investiremo in particolare nella loro di formazione. Sarà un viaggio, gireremo insieme a loro le migliori scuole per capire come hanno fatto a creare quell’humus di cambiamento.
* * *
È stato giusto battersi per tutto questo?
È stato giusto iniziare a lavorarci prima ancora che la riforma fosse approvata in parlamento, anche quando era in difficoltà, per arrivare a dare il segnale che il Piano Nazionale Scuola Digitale fosse uno dei momenti attuativi principali di tutta la riforma?
Io penso di si, e difendo ogni scelta presa.
Del resto, ricordiamoci sempre che non lo facciamo per il nostro ego. Non lo facciamo neanche per rivalsa contro chi magari non ci ha permesso di farlo prima.
Lo facciamo prima di tutto per persone come lui, Leo.
Leo
Che quando ci ha visto lavorare su questo Piano, ha detto:
“Dove si trova questa scuola di cui state parlando? Perché io voglio andarci”.