Indica un intervallo di date:
  • Dal Al

Il significato di fare policy

Mi chiamo Damien Lanfrey.
Ho trentacinque anni, lavoro nella Segreteria Tecnica del Ministro dell’Istruzione, Università e Ricerca. Nella mia prima vita ho preso un dottorato, lavorato come ricercatore tra Londra, Hong Kong, Oxford e San Francisco e insegnato per 5 anni alla City University di Londra, Department of Media & Sociology.
La mia vita è ora costruire politiche pubbliche. Innovare ciò che necessita di essere risvegliato, affrontare problemi complessi, migliorare il rapporto tra Governo-cittadini, rendere più efficace l’azione amministrativa, portare settori strategici nel futuro. Migliorare la vita dei cittadini e, possibilmente, le condizioni del Paese. Per chi, come me, è amante della cura dei public goods, questo è un lavoro meraviglioso.
Intendo, e lo farò sempre in questo blog, i public goods in una definizione ampia: non di beni esclusivamente pubblici o esclusivamente prodotti dal pubblico, ma di beni ad ampia ricaduta pubblica.
Eppure, quella di costruire politiche pubbliche è un’attività che, qui in Italia, non sembra godere di grande dignità, né attenzione. Non è semplice da cogliere, da spiegare. Non è raccontata nel dibattito pubblico. Non è glamour.
E allora provo a tradurre il classico post introduttivo di un blog in qualcosa di diverso dalla presentazione personale. Raccontando chi sono, e dove voglio andare, nel rispondere ad una domanda.
Cosa vuol dire costruire politiche pubbliche?
Cerco di rispondere ogni giorno a questa domanda, almeno da quando, poco più di 4 anni fa, ho cambiato piuttosto radicalmente lavoro. Sono tornato da Hong Kong per far parte di un think tank sulle politiche per l’innovazione voluta dal Ministro Profumo, al Ministero per l’Istruzione, l’Università e la Ricerca. Da quel momento ho lavorato e progettato politiche pubbliche per tre Governi.
Tanti ne abbiamo avuti in Italia in 4 anni e mezzo – siamo perfettamente in media con la nostra storia – e sufficienti per vivere parecchi momenti intensi e turbolenti, e per riscontrare approcci molto diversi.Ma sufficienti anche per capire che l’impegno di fare policy, soprattutto se interpretato to the fullest, è sempre quello.
A partire da 3 condizioni.
Lo devi fare velocemente, perché il Paese non è certo in una situazione facile, e la crisi non aspetta;
Devi conquistarti le finestre politiche, quelle non le regala nessuno, a maggior ragione in una situazione di frammentazione;
Devi costruire soluzioni efficaci e molto sostenibili, perché chi lavorava 10, 20 anni prima di te, con cinque volte le risorse, non si esattamente è posto il problema.
Cosa vuol dire, quindi, costruire politiche pubbliche?
Costruire politiche pubbliche significa, prima di tutto, avere pensiero lungo. E non abbandonarlo mai. Mai. Neanche quando tutti i giornali scrivono che sta cadendo il Governo (cosa che godono nel fare in continuazione); neanche quando quel particolare stakeholder si mette di traverso.
Dare importanza al pensiero lungo, a maggior ragione in un tempo di azione breve, non è banale. Significa dedicarvi tempo nella pratica quotidiana, sempre, per chiarire i grandi obiettivi, i punti di arrivo di un sistema, i grandi processi da abilitare o scardinare, anche quando stai progettando azioni che devono avere impatto immediato, o risolvere un problema istantaneo (cosa che, nel nostro caso, è richiesta sempre). Significa, quindi, non farsi prendere in ostaggio da quel presentismo che affolla il dibattito pubblico e ti ronza di fianco all’orecchio.
Fare questo significa studiare, prepararsi, sempre.
Cosa è la vita se non apprendimento, studio, conoscenza, crescere le proprie idee e comprensione del mondo?
Significa, quindi, non dimenticarsi che teoria, pensiero e astrazione, hanno ancora tantissima dignità, anche nel nostro tempo. Possiamo concordare che teoria e pensiero ora siano costruite in un modo diverso. Ma devono continuare a sostenere l’azione di lungo periodo. Ricordo le stupende conversazioni con il mio supervisor di Dottorato, il professor Frank Webster, uno dei massimi esperti al mondo di Information Society. Frank ripeteva sempre:
“In un tempo di crescente rapidità, di moltiplicazione di informazione e di interazioni, il pensiero non smetterà mai di contare. Le grandi di idee che muovono il mondo maturano nel tempo, ma precedono e informano i grandi cambiamenti, che siano di invenzione, di riforma o di rivoluzione. E mi ricordava di leggere “The Power of Ideas” di Isaiah Berlin”.
Fare policy significa ricostruire il ponte tra la dimensione micro e macro della vita. Nel tempo e nello spazio.
È ridare filiera alle cose. È capire quali sono i filamenti sociali da rassettare.
Ricostruite 80 anni di graduatorie della scuola, e capirete da dove viene il problema, dove, quando e come nasce il precariato. E che la soluzione non potrà essere un altro patchwork. Oppure studiate gli ultimi 10 anni di investimenti nella scuola digitale, e capirete che comprando lavagne interattive, e dando tanti soldi a pochi, non abbiamo posto i mattoni dell’educazione nell’era digitale e non abbiamo fatto sistema. Così poche volte tutto questo viene identificato, spiegato, realizzato. È un lavoro faticoso, ma una volta fatto è profondamente politico.
Raramente la soluzione è lineare perché lineare non è la sociologia delle cose. La vita, in particolare certi aspetti, non è un software da beta-testare. Per questo è importante capire che i micro-comportamenti sono una cosa, con le loro implicazioni, la fluidità, la capacità di produrre pattern, e i macro-sistemi un’altra, con le loro ricadute di lungo periodo, i loro significati, i loro effetti apparentemente soft ma profondi e durevoli.
Prendiamo un esempio. Fate zoom-in sul fenomeno della sharing economy, e vedrete buone pratiche, una gestione più efficiente delle risorse, più opzioni a disposizione dei cittadini, e tanto altro. Fate zoom out, e vedrete che le pratiche emergenti si devono collocare in un sistema di autorizzazioni, di costi fissi, di contratti, di risorse pubbliche, di economia locale e nazionale. Collegate le due dimensioni, e avrete una buona policy. Capite la relazione iterativa (o sequenziale) tra le due dimensioni, e avrete soluzioni.
Intervenire efficacemente nella costruzione di questa relazione, possibilmente con strumenti sempre migliori (numeri, dati, infrastrutture di conoscenza, ma anche veicoli organizzativi moderni) definisce chi è in grado di affrontare il futuro. Non farlo definisce, spesso, soluzioni grossolane, che allontanano dal futuro.
Costruire politiche significa affrontare sempre la diversità delle manifestazioni sociali. In diverse occasioni, soprattutto quando legata alla dimensione umana stessa, la diversità va espressamente difesa. In ogni altro caso, la diversità va riconosciuta, e apprezzata.
Ma riconoscere la diversità aiuta a capire anche quando questa è in realtà frammentazione, o provincialismo, o semplicemente ciò che tu stesso, amministrazione, hai contribuito a creare negli anni non dando un indirizzo chiaro. Ci sono ambiti, come quello del rapporto tra innovazione didattica e scuola digitale, dove abbiamo una varietà quasi infinita di pratiche.
Sento spesso la locuzione “basta accelerare le buone pratiche” e mi chiarisco che fare buona policy significa fare principalmente tutto il resto: valutare, individuare ciò che è efficiente, scegliere, comprendere e apprendere, indirizzare risorse, definire ciò che è desiderabile e ciò che non lo è. Se è vero che i modelli di insegnamento non si possono completamente imporre, è altrettanto vero che possono e devono essere codificati. In questo modo diventeranno trasferibili.

Fare policy significa, in particolare in Italia, dovere spesso qualificare sia la domanda che l’offerta. Anche a livello culturale. Tanti, tra gli stakeholder che incontriamo, fanno fatica a interpretare il proprio ruolo. Rappresentanze che portano opinioni, ma non rappresentanza. Imprese che non fanno le imprese, e cercano il canale pubblico facile, invece che leggere l’evoluzione del mercato e della società e sviluppare soluzioni che, naturalmente, entrerebbero nella scuola. Comunità di pratiche che vocalizzano una maggiore presenza nell’agenda del Paese, ma che non si curano della loro propria crescita culturale. E il problema si trasferisce rapidamente ai contenuti. Uso sempre questo esempio: e se l’anno prossimo volessimo, come vorremmo, che ogni scuola italiana (quindi oltre 8.000) facesse un’esperienza di making e stampa 3d, l’offerta sarebbe pronta?
Costruire politiche pubbliche non deve essere confuso con fare advocacy. Troppe volte vedo campagne di advocacy mascherate da politiche pubbliche. Battaglie spesso giuste, ma battaglie, appunto. Messaggi e non processi. Il nostro Paese ha, per esempio, normative piuttosto corpose su temi come trasparenza o inclusione digitale. Leggo spesso di proposte per rafforzarle o arricchirle attraverso strumenti normativi.
Costruire buone politiche significa intervenire anche dove è difficile, meno rapido, meno glamour. Le soluzioni strutturali non passano solo dall’advocacy di un’idea, ma dal suo sostegno lavorando soprattutto su quegli angoli che non sono sotto i riflettori. Fare policy è, per questo, generalmente molto poco glamour. Specialmente nell’era della comunicazione veloce e di impatto, delle campagne flash, dei numeri sintetici. A volte è giusto così, ma è ormai possibile, e doveroso rendere glamour anche un lavoro molto tecnico.
Lavorare al fianco di dirigenti pubblici, con tutte le sue difficoltà, controversie, fatiche, significa riconoscere un’altra cosa. Che fare policy è, molto spesso, l’inevitabile mediazione, tra un mondo sempre più fluido, rapido, ibrido e processi istituzionali rigidi. Ricordate sempre, e qui parlo da innovatore, che per un innovatore che propone, c’è un amministratore pubblico che firma, e risponde delle conseguenze. Più innovativa è l’azione, più “innovative” saranno le conseguenze amministrative. Molto spesso, la resistenza del dirigente pubblico è solo questa.
Fare policy, infine, non è la stessa cosa di fare politica. È un tema lungo, questo, su cui occorre scrivere ancora. In un mondo ideale, policy e politica si nutrono a vicenda, si stimolano, sono complementari, sono parte di una stessa squadra che ha competenze diverse. La buona politica fornisce al lavoro di policy energia e spinta. Raccoglie istanze, muove territori, crea partecipazione. Chiarisce temperatura e temperamento, e quindi fornisce indirizzo. La cattiva politica vede nella tecnica di policy un ostacolo, un avversario, un impedimento. Dal canto suo, fare policy significa istruire e informare buona politica, e ricordare l’importanza di tutto quanto ho scritto finora.
Ecco qui. Questo post non potrà raccogliere tutti gli elementi, ma almeno chiarisce a quale livello dovremmo porre la discussione, quando parliamo di politiche pubbliche. Fare policy è troppo importante, e troppo bello, per essere ridotto a mero decisionismo politico, o essere sintetizzato nel dualismo tra conservazione e innovazione.
È progettare il modo con cui intendiamo cambiare il nostro mondo.
Dedico questo post alle persone con cui condivido la straordinaria sfida di costruire politiche pubbliche: Alessandro Fusacchia (a cui, va detto, spetta il compito di curare le parti più complicate e certamente meno glamour), Donatella Solda e Francesco Luccisano. E a Luca De Biase, perché non smette mai di ricordarci l’importanza del pensiero lungo.